Produttore di vibratori accusato di aver raccolto informazioni sul loro utilizzo

I produttori dei vibratori We-Vibe sono sotto accusa per aver raccolto informazioni sull’uso che ne veniva fatto dai consumatori.

vibratore-bluetooth

Dicono che acquistare vibratori può essere fatto in completo anonimato, tu cominci pian piano a fidarti, magari decidi di comprarne finalmente uno e magari ti capita che i produttori controllino quando e come lo usi. Ed è proprio quello che è successo ai clienti dei vibratori We-Vibe; è saltato fuori che, grazie all’applicazione con cui è possibile controllare il vibratore, i produttori raccoglievano le informazioni sull’utilizzo che ne facevano i clienti, tracciando quando, come venivano usati e con quali impostazioni e raccogliendo dati sensibili senza aver menzionato nulla nell’informativa sulla privacy.

Da quando è stata rilasciata l’applicazione, nel 2014, alcuni clienti più attenti degli altri hanno cominciato a preoccuparsi del fatto che i vibratori, associati via bluetooth, potessero essere particolarmente vulnerabili alla pirateria informatica, arrivando a sospettare che l’azienda produttrice potesse effettivamente raccogliere informazioni, dando vita a un’azione collettiva.

L’accusa è stata portata avanti fino a quando l’azienda produttrice, la canadese Standard Innovations, non si è ritrovata a dover decidere se portare la causa in tribunale o giungere a un accordo – optando per la seconda, hanno accordato per un risarcimento di $3.75 milioni di dollari, promettendo di modificare l’informativa sulla privacy, rendendola più chiara.

Samantha, o Sam, classe '88, alla costante ricerca di un lavoro vero mentre vago nei meandri del web scrivendo notizie stupide con due gatti e due coniglietti in braccio.

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